Memorie e immaginazione
Passato remoto e passato prossimo. Può esistere una singolare analogia tra l’immagine mentalmente ricostruita della cose più care che ci legano al passato e lo scenario di uno scavo archeologico.
Nelle memorie personali, anche se remote, i dettagli raramente sono sfuocati, piuttosto sono disarticolati e accatastati senza regole prospettiche, in uno strano silenzio, come gli oggetti in disuso fra le ragnatele del solaio.
Un simile sentimento di rimpianto per la difficoltà di rivivere e decifrare il passato può essere il sottofondo costante nell’animo di un archeologo, salvo nel momento di esaltazione quando riporta alla luce anfore, monili e statue dopo secoli o millenni di sepoltura tra le rovine di antichi insediamenti.
Così i frammenti di un vecchio ricordo possono riaffiorare all’improvviso in una toccante ideale ricostruzione più o meno somigliante al vero: reminiscenze personali, paragonabili in qualche modo alle riminiscenze collettive in cui sedimentano le impronte di tutti, erose e narcotizzate dal tempo.
Sotto la cenere dei ricordi. Giorno dopo giorno, a partire dall’infanzia, assorbiamo nella nostra mente la realtà esterna, mettendone a fuoco con fatica, ma anche con soddisfazione e stupore, i dettagli e i meccanismi razionali. Ogni nuova scoperta è una conquista, che però ricopre di cenere qualcosa di magico presente nelle nostre radici. Al culmine di questa evoluzione ci accorgiamo di aver oltrepassato la soglia della stanza dei sogni: siamo nell’ “altra stanza” in cui le fiabe dell’infanzia sono presenti come pallide controfigure del reale
Sarebbe importante, per quanto difficile, se fossimo in grado di ripercorrere a ritroso la soglia e rimuovere la cenere. Picasso, diceva, ha impiegato quattro anni per imparare a dipingere come Raffaello e una vita intera per imparare a dipingere come un bambino.